Ricami afghani

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A Milano gli straordinari abiti creati dalle donne afghane

I materiali – sete, cotoni – vengono disegnati a mano con il contributo dei piccoli tessitori locali

Quando i tessuti regalano la libertà. La storia di Royah Ethical Design, linea di capispalla realizzati in Afganistan, parte da lontano, dalla contaminazione fra la cultura italiana e quella afgana, come ci racconta l’ideatrice del brand Gabriella Ghidoni che, una volta laureata in psicologia ha lavorato per il recupero dei bambini soldato con un progetto in Sierra Leone e nel 2003 con lo staff delle Nazioni Unite in Afghanistan ha sviluppato modelli di stress management e altri progetti microimprenditoriali tessili per varie Organizzazioni No Profit. “La linea è nata nel 2005 dalla volontà di attuare un progetto imprenditoriale per sostenere le attività femminili in un Paese in cui per troppo tempo le donne non hanno avuto accesso al lavoro e all’espressività.

Royah in persiano significa visione e per me questa parola è sinonimo di sogno e di possibilità di realizzare qualcosa di importante, perché la vera sfida nei paesi in conflitto, è riuscire a sviluppare la piccola economia locale, al fine di rendere le persone autosufficienti in una logica di mercato reale”. La collezione Royah è il risultato di una continua ricerca di antichi patterns Persiani reinterpretati in un linguaggio che racconta la contaminazione di stili e culture: i tagli geometrici richiamano l’arte islamica, tassativamente non figurativa, mentre il ricamo addolcisce la linearità dei capi. Sia i tessuti che i ricami afghani riflettono le differenze regionali nei disegni e nei colori e sono proprio le donne le depositarie di questa antica arte. I materiali – sete, cotoni –  vengono disegnati a mano con il contributo dei piccoli tessitori locali.

Il Chapan, tradizionale tessuto in cotone, lana e seta viene prodotto a Mazar, città al nord dell’Afghanistan, mentre l’Ikat, preziosa seta asiatica è da tempo ormai fuori produzione. I capi sono venduti in Italia e Afghanistan e il ricavato serve per dare lavoro alle 20 donne che lavorano nella sartoria. “L’Afganistan è il paese ideale per sviluppare questi progetti perché ricco di savoir- faire e di competenze e, al di là della ricerca in chiave stilistica, che comunque conferisce valore all’iniziativa, il primo obiettivo è permettere alle nostre sarte di essere progressivamente sempre più indipendenti anche per contribuire all’educazione dei propri figli”. Un progetto ambizioso che fonde arte persiana, gusto occidentale e recupero delle tradizioni popolari afgane per regalare la libertà a donne che vivono in un contesto in cui la dignità e l’indipendenza sono troppo spesso negate.
Per info, via Tortona 31/3 Milano. http://www.royah.org/

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